In-tutto

Tra pochi giorni è il mio compleanno, ma cerco di fare di tutto per non pensarci.

Penso agli esami, che incalzano ogni giorno più vicini e minacciosi. Penso a stare a dieta e a non fermarmi ad ogni pasticceria davanti a cui passo. Penso a dormire bene e a correre spesso. Penso ai problemi e agli amori delle mie amiche, ai problemi e agli impegni di mamma. Penso a nonna, che dovrei chiamare più spesso. Penso alle scadenze da rispettare, ai traslochi da organizzare, al cumulo di vestiti da mettere in lavatrice e al tecnico della caldaia che arriva domani alle 7 del mattino. Penso al frigo vuoto. Penso a non fermarmi.

Penso che se dovessi fermarmi, rischierei di cadere.

La figura del funambolo è inflazionata, me ne rendo conto, ma mi sento proprio così: insicura, terrorizzata, ma nonostante tutto ferma lì a meta strada tra il cielo e la terra, immobile benché ogni muscolo sia in tensione. Così, col sorriso ed il sudore freddo sulle mani, metto un piede davanti all’altro e avanzo instabile di fronte ad un intero circo di persone: alcune mi guardano passive, altre urlano incoraggiamenti, qualcuno lì in prima fila storce il naso e pensa che non possa farcela; c’è anche qualche idiota, lo sento, che nascondendosi tra la folla grida compiaciuto “cadi, cadi!” e non si rende minimamente conto del male che mi fa. Vorrei essere superiore, sono superiore… E se non lo sono ancora proprio del tutto del tutto, lo sarò.

La dura verità è che quando mi fermo a pensare a me stessa, a ciò che vorrei fare o vedere davvero, penso solo a Lui.

Ogni volta che qualcuno mi chiede “cosa vuoi per il tuo compleanno” (episodio inevitabilmente e odiosamente ricorrente nell’ultimo periodo) l’unica frase che sembra voler uscire dalle mie labbra è “Lui, voglio il mio papà. Solo Lui, per un’ora, un minuto, un attimo… Voglio il mio papà e basta”.

Lo so, sono una bambina. Lo so, anche solo pensare ad una cosa del genere è infantile, immaturo, insensato, improduttivo, inutile, incoerente, ingiusto, in-tutto!

Cosa ci posso fare, mi sento così, ed accettarlo è la cosa più difficile di tutte.

MA IO NON CADO.

Genialità estemporanee.

Che mamma avesse uscite geniali l’ho sempre saputo, ma ormai più che una novità sembra quasi una prassi.

Ogni sera, quando torno dall’università, non so mai cos’aspettarmi: mobili che magicamente si spostano da una parete all’altra o torte che campeggiano maestose in mezzo al tavolo della cucina, tende che compaiono e scompaiono candide sui terrazzi, o fiori, tanti fiori, dei più vari che sempre diversi colorano i grandi davanzali. “Guarda cos’ho fatto” è la prima cosa che mi sento dire entrata a casa, ancor prima del “com’è andata oggi”.

“Oggi” tuttavia, si è superata. Ecco a voi l’ultima invenzione di mamma, ovvero: come riciclare le rose che stanno appassendo.
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Qualche giorno fa, per dirla tutta, avevo notato che le rose sul terrazzo grande sembravano essere diminuite in modo sospetto rispetto alla scorsa settimana. Dopo attimi di dubbio mi sono data della pazza paranoica, e disinteressata me ne stavo quasi dimenticando, fin quando stasera si è svelato l’arcano mistero: cosa fare se le rose sbocciate in una giornata di sole ormai non sono più belle? Semplice! Le si mette a testa in giù per due o tre giorni, in modo da farle seccare un po’, e poi eccole lì nella fruttiera, a fare compagnia alle mele.

Ve lo assicuro: le mele più deliziose che abbia mai mangiato. Mordendo la buccia che scricchiolante cede sotto i denti, sembra di assaporare le rose stesse; se si chiudono gli occhi, il profumo dei fiori imprigionato nella polpa della mela avvolge tutta la bocca, tenue e intenso. Una meraviglia, d’ora in poi a casa non mancheranno mai!

Ora chiudo gli occhi e con la pancia piena mi infilo sotto le coperte… Buona notte, o più probabilmente buona giornata!

PS

(per mamma): so che prima o poi leggerai questo post. Volevo dirti solo di non esaltarti, e che sei davvero dolcemente geniale (e genialmente dolce).

PPS

(per mamma): non preoccuparti, non devo nè farmi perdonare qualcosa, nè voglio chiederti nulla.

Midnight frollini

Ultimamente, un po’ per routine e un po’ per stanchezza, ho notato che non sto più cucinando. Per carità, faccio come al solito un miliardo di cose ogni giorno, ma appena mi sono resa conto volente o nolente di aver perso questa abitudine… Non ho potuto fare a meno di mettermi ai fornelli.

Ecco a voi una ricetta per frollini incredibilmente friabili e deliziosamente burrosi.

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Ingredienti:

250 g burro

150 g zucchero

250 g farina

50 g fecola di patate

4 tuorli di uova sode

un pizzico di sale

Scorza di un limone grattugiata

Preparazione:

Far cuocere le uova fino a farle rassodare, quindi estrarre i tuorli e lasciarli da parte. Sbattere il burro con lo zucchero fino a ridurlo ad una crema soffice, aggiungere la scorza del limone e successivamente i tuorli passati in un setaccio, quindi amalgamare il tutto.
In una ciotola separata mischiare farina e fecola, quindi pian piano unificare le polveri e un pizzico di sale alla crema burrosa continuando ad impastare per evitare che si formino grumi. A questo punto, verificare che l’impasto sia sodo, non si attacchi alle dita e sia molto ben malleabile, eventualmente “aggiustare” con altro burro ammorbidito o con fecola di patate.

Riporre l’impasto in frigorifero avvolto da pellicola trasparente per almeno un’ora, in modo tale che il burro solidifichi il composto, e poi i biscotti sono pronto essere fatti e informati!

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La modellazione del biscotto è la parte che preferisco in assoluto (non l’avevate capito eh?!): ci sono in commercio centinaia di forme e formine di ogni sorta e dimensione, ma l’oggetto che in assoluto io preferisco per fare i biscotti è la spara-biscotti. Il suo meccanismo è veramente semplice: si inserisce l’impasto all’interno di un tubo al termine del quale si appone lo stampo che si desidera. Tramite una leva posta all’altra estremità della spara-biscotti si “spinge” poco alla volta l’impasto attraverso lo stampo, fino a far cadere il frollino fatto e finito! Il meccanismo, una volta imparato, è molto semplice, ma personalmente un’oretta per prenderci la mano (dalle foto giudicherete voi i risultati).

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Una volta creati i biscotti spennellateli con un po’ di chiaro d’uovo e spolverizzateli con un po’ di zucchero che durante la cottura diventerà una crosticina impercettibile e deliziosa.
Infornare a 180 gradi per 15-20 minuti, fino a che la superficie dei biscotti sarà leggermente dorata.


E voilà, una vera bontà

Meteorologia da ascensore.

Si lo so, negli ultimi giorni la questione meteo ha scalato ogni classifica di argomenti banali, inutili e tediosi da scrivere, discutere o anche solo pensare.

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Eppure ce ne sono di cose di cui parlare? O no? Massì massì, non è possibile che il mondo si sia proprio ora trasformato in un gigantesco e imbarazzante ascensore dove non si parla che di pioggia, umidità ed (ex) mezze stagioni.

Io, per l’appunto, ho sviluppato una folle paura sia del mondo che degli ascensori (di questi ultimi in particolar modo). Nulla mi piace di quelle gabbie di ferraglia che vanno su e giù rinchiudendo i loro ospiti in scomode situazioni per lunghi ed inesorabili minuti. Statisticamente, poi, è stato da me certificato che se sei in un ascensore con qualcuno, hai il 90% di probabilità di trovare al tuo fianco una o più persone decisamente sgradevoli. Spesso, diciamo nel 60% di questi casi, ti sentirai in dovere di interagire con loro, e se l’imbarazzo sarà reciproco diventerà tutto molto, molto più imbarazzante: in questi lunghi attimi è stato assodato che per la maggior parte dei casi il “cosa gli dico” occupa per lo meno i tre quarti del viaggio, che tu debba andare al 1 o 18 piano.

Ora morirei dalla voglia di scrivere ogni dettaglio del cosa si può fare o dire per rompere quel sottile e molesto strato di ghiaccio che ineluttabilmente intercorre tra voi e il vostro sgradito interlocutore, ma purtroppo non ne ho la più pallida idea. Per esperienza personale però posso dirvi cosa nei film ci propinano ogni volta ma in realtà non funziona per niente: schiarirsi la voce. Se hai veramente un’infiammazione oro faringea, infatti, passerai volente o nolente per l’appestato da cui stare lontani per evitare la broncopolmonite, mentre se la tua gola sarà secca per l’imbarazzo e la scarsa idratazione, quei forzati versetti potrebbero scatenare in te un vero e proprio attacco di tosse isterica e compulsiva che non farà che aggravare la situazione. Un po’ di sincerità: a chi non è mai successo?!

In ascensore, le alternative sono due: o isolarsi, magari scrivendo lunghi messaggi ad amici immaginari, chiamando i centralini degli operatori telefonici (che tanto non rispondono mai) o compilando l’ennesima lista della spesa in cui ci si dimenticherà sicuramente qualcosa, oppure molto meno probabilmente prendere il coraggio a due mani e interagire. È in questo ultimo remoto stato del mondo che la meteorologia salva il genere umano. Sempre. Detto fuori dai denti, secondo me è proprio per situazioni del genere che le persone guardano le previsioni del mattino, quelle lunghe dove ti spiegano il perché è il percome di ciò che succederà nella giornata: correnti di aria fredda e calda, precipitazioni tropicali e venti siberiani, per non parlare della mia precipitazione preferita: la pioggia di sabbia rossa del deserto.

La verità è che la mi spiccata socialità mi impedisce di prendere ascensori da almeno cinque anni, e il mio bisogno di ascoltare e spiegare dottrine sul “tempo che fa” viene così sfogato nel vita di tutti i giorni, quando solitamente le persone “normali” non hanno la minima intenzione di darmi retta. “Solitamente“, ma non in questi giorni.

Nell’ultima settimana ha piovuto come fosse novembre ed il sole ha riempito il cielo come nel migliore giugno inoltrato. Quest’ultima settimana il 50% delle persone che conosco si è presa il raffreddore e il restante 50% sta scongiurando il momento in cui verrà contagiato. Questa settimana sulla terrazza sono fioriti i gelsomini riempiendo di primavera il pomeriggio inoltrato, e la sera stessa una pioggia torrenziale ha sconvolto quegli stessi vasi generando frane e inondazioni disastrose. Questa settimana mi sono fatta dare così tante ma così tante spiegazioni per quello che sta succedendo lassù, che se solo avessi ascoltato davvero i miei interlocutori potrei scrivere un intero post sulla situazione climatica nazionale.

Stanotte però, benché ogni mia fonte prevedesse piogge torrenziali, il tempo sembra prendersi una pausa: mentre tutti attorno a me dormono, dalla finestra della terrazza una trapunta di stelle spunta tenue e tremolante attraverso l’inquinamento violaceo di Milano.

Stasera, da lassù, proprio il cielo stellato sembra sussurrare con un filo di vento: si piccola illusa, sogna, tanto domani piove.

Frenesia “cosa faccio quando come ma soprattutto perchè”

Studiando

Studiando (?)

Dovrei studiare ma invece di concentrarmi su formule, numeri, interpretazioni e verifiche di ipotesi mi ritrovo da almeno un’ora ad aprire e chiudere WordPress freneticamente: leggo un post, chiudo, leggo un altro post, richiudo tutto, poi mi metto a scrivere qualcosa, cancello tutto, leggo un altro post, e così via.

Beatrice, fermati. Pensa. Il fatto è che non ho realmente qualcosa da scrivere. Vorrei, per carità, ma ci sono talmente tanti pensieri piccoli e futili che mi frullano in testa che non riesco a sceglierne uno e dedicamici. Beh, ho deciso che farò una lista, come alle elementari, e fanculo la forma.

Ho mal di denti. Sarà la sfiga che viaggia fedele al mio fianco, ma tutte le volte che ci sono feste e vacanze io ho qualcosa che non va: questo Natale, per esempio, si è portato con sé un bell’ascesso. Giù di antibiotici e fermenti lattici, quindi, alternando a minestrine e passati di verdura salvifiche bustine di Oki e antinfiammatori vari ed eventuali. Sarà forse che questo Natale riesco a non ingrassare come un cappone ripieno? Ah, speriamo almeno questo, anche sono portata a dubitare: non vi ho detto tutta tutta la verità, in effetti… Il pandoro nel latte è così morbido, dolce, terribilmente confortante e confortevole che batte le minestrine 10 a 0 (quasi sempre).

Devo concentrarmi sugli studi. Si perchè il 10 gennaio iniziano gli esami e io sono drammaticamente indietro con “tutto ciò che dovrei apprendere e studiare”. Come al solito, d’altro canto! Beh, mi ero fatta per l’occasione uno schema rigidissimo di “cosa devo fare quando” ma il mal di denti e nonna per casa (ah, la mia nonna!) lo hanno completamente distrutto. Ora quindi si tratta di recuperare! Sotto con statistica, sistema finanziario, diritto privato e bilancio. Esamini così, insomma. Esamini che mi rinchiuderanno in biblioteca praticamente fino a metà febbraio. Per carità, non che mi dispiaccia: per primissima cosa amo ciò che studio e credo non riuscirei a impegnarmi così tanto se così non fosse, e poi bisogna dirlo, se lo studio è in buona compagnia tutto diventa più leggero.

Appunto, mi manca V. . Per il Natale è tornato a casa, in Apulia (cit. Google Maps), e io sento come un po’ di vuoto dentro e attorno a me. Ah, stupida me! Il fatto è che quando trovi qualcuno con cui stare “sempre”, con cui studiare, scherzare, ridere, parlare di cose serie, aprirti e confidarti, con cui condividere senza remore e senza veli, poi quando non c’è manca. Non pensiate che sia così matura e indipendente da lasciarlo in pace: ci tartassiamo di telefonate tutti i giorni e fortunatamente tra poco torna a Milano (e si, non vedo l’ora!).

Per non farmi mancare niente, poi, ho voglia di cucinare. Di creare qualcosa di nuovo, di cimentarmi in cioccolatosi dolci, di provare a fare quelle cose tabù tipo i marrons glacés o il pandoro (mamma mi ha sempre terrorizzata sulla preparazione del pandoro: “Io ci ho provato per anni, e non mi è mai venuto. Il pandoro bisogna comprarlo e basta, è così e non sprecare il tuo tempo!”). Il fatto è che noi amiamo alla follia il pandoro, ne potremmo mangiare a colazione pranzo e cena per almeno una settimana! Cosa che detto fuori dai denti (ahiu!) per la sottoscritta sta accadendo realmente. D’altra parte bisognerà un po’ coccolarsi, o no!? Con V. ci siamo già detti che di ritorno dalla Patria delle Abbuffate (identificabile facilmente con casa della sua nonna C.) ci mettiamo a dieta entrambi.

L’unione fa la forza, no!?

Ora vado a farmi forza per conto mio, mi preparo un bel te verde depurativo e mi rimetto a studiare l’omoschedasticità della regressione lineare semplice (nome che personalmente non ispira molta simpatia).

In ritardo per il Natale… Buone feste e tanti baci a voi!

Chocolate cake al profumo d’arancia (snow inspiration)

Sta nevicando! E sapete, io ho uno strano rapporto con la neve: mi esalta. In un batter d’occhio sono tornata bambina e insieme all’involuzione è ricomparsa la voglia di dolcezza e coccole. Oggi, come d’altra parte ultimamente accade spesso, sono a studiare da V. (il mio compagno di corso bello-come-dico-io): come resistere alla tentazione di preparare qualcosa di cioccolatoso, in questa fredda giornata di prima-neve!? La golosità è “fortunatamente” uno dei peccati che ci accomunano quindi, dieta natural durante, “abbiamo” deciso di preparare una delle più classiche torte gozzoviglia al cioccolato!

Chocolate cake al profumo d’arancia

Chocolate cake al profumo d'arancia

Ingredienti:

200 grammi zucchero

5 uova

200 grammi burro

200 grammi farina

200 grammi cioccolato fondente

50 ml di latte intero

una bustina di lievito

scorza di due arance

Preparazione:

Dividere i tuorli dagli albumi e montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso. Nel frattempo fare sciogliere il cioccolato e il burro in un pentolino a fuoco molto basso; una volta ridotti gli ingredienti in crema, aggiungere al composto il latte freddo e versare tutto nella zuppiera dei tuorli: mescolare quindi energicamente in modo tale che il tutto si amalgami. Grattuggiare quindi nella zuppiera la scorza delle arance stando ben attenti a non includere nelle scagliette di zest anche la parte bianca della buccia (che renderebbe il tutto più amaro). Unire quindi il lievito alla farina e piano piano, setacciandoli, inglobarli mescolando energicamente. Montare per ultimi gli albumi a neve e riversarli nell’impasto pian piano, cercando di farli “smontare” il meno possibile (più il composto assorbe aria, infatti, più la torta potrà lievitare e risultare soffice). Infornare quindi ad una temperatura di 180 gradi per circa 45 minuti. Prima di terminare la cottura accertarsi sempre che la torta sia pronta infilzandola con uno stuzzicadenti: quando sfilandolo non vi resteranno residui di impasto, ma sarà bello asciutto, allora sarà perfetta!

Buona merenda, buona pausa studio, buona colazione o buona consolazione a voi! Ora noi ci daremo al meritato sollucchero.

Gran Galà

Qui in Bocconi sembra ci sia la strana smania di fare tutto “all’americana“: le lezioni? Metodo interattivo, all’americana. I libri di testo? “Repetita iuvant”, all’americana (si, questa devo ancora capirla anche io). Il campus? Our project is in a very US Style. Persino le feste, sono all’americana.

Vi presento, signore e signori, lettrici e lettori, amiche e amici, il Gran Galà di Natale.

Se vi dico Natale, a cosa pensate? Scommetto che le prime cose che verranno in mente sono champagne e sofisticato finger food, long dress e smoking a noleggio, tavoli ricoperti da tovaglie bianche e piatti design, musica lounge, luci soffuse e ghiacciolini per i drink a forma di albero di natale. Si, certo, come no. Il fatto strano, più unico che raro, è che per questo loro bel “Natale”, sono tutti in fibrillazione: “tu sei riuscita a prendere il biglietto per il Galà?” mi ha chiesto stamattina una compagna di corso. “No, guarda non mi interessa, non è il mio genere di festa. Perchè me lo chiedi? Volevi andare?” la poveretta mi ha guardato con occhi da Bamby e con voce tenue ha risposto “Si, mi sarebbe piaciuto tanto, avevo anche già comprato il vestito, ma i biglietti sono finiti: sarà VIP quest’anno”.

Sarà che cosa!? Non chiedetemi come ci sono riuscita, ma sono riuscita a trattenermi dal riderle in faccia. “Sarà Very Important People”: e si sa, gli acronimi rendono sempre tutto più divertente. Ah, per completare il quadretto della situation manca ancora un piccolo dettaglio: il Gran Galà costa 35 euro. TRENTACINQUE. Capito? Non basta sborsare 35 fottutissimi euro per andare a quella magnifica e sbrilluccicante serata, ma se non sei VIP e non hai preso il biglietto nelle prime ventiquattrore di prevendita, stai fuori. E se stai fuori, sei OUT. E se sei OUT, allora non piacerai a nessuno. Limpido.

Sarà che sono OUT (anche abbastanzza fieramente), o che questi surrogati di “vita mondana Hollywood” proprio non mi attizzano, ma uno strano e insistente pensiero mi ronza in mente da stamattina: quante cose si possono fare con 35 euro?

1) Considerando che una cassa d’acqua minerale frizzante costa 1,60 euro, con i soldi del Galà si possono comprare ben 21,8 casse da sei bottiglie. Per cui, se si considera in media di berne due litri al giorno, la spesa può durare ottimisticamente 10,93 giorni.

2) Se il pane in media costa sui 3 euro al chilo (ah, signoramia, oggigiorno il pane quanto costa!) si possono comprare fino a 8,3(periodico) chili, che divisi per il fabbisogno giornaliero di una persona media (stimabile sui 100 grammi) arrivano a bastarci per ben 83 giorni.

3) Considerando le offerte sul web, skyscanner consiglia a meno di trentacinque euro ben cinque destinazioni da raggiungere in volo: Stoccolma, Liverpool, Brno (si, non so deve sia ma comunque è accessibile via aria), Eindhoven e Belgrado.

4) (Veniamo al sodo) Se il costo del gelato, dati Consob, è mediamente 15 euro al chilo, possiamo permetterci fino a 2,3 chili di gioia: facendo due calcoli, se consideriamo un ammontare di 2500 Kcal a chilo, raggiungono in breve la soglia delle 5750 Kcal: cinque giorni di felice sopravvivenza.

Dati alla mano anche la mia parte più razionale è arrivata alla conferma che si, il Galà non è realisticamente una scelta ottimale a meno che tu non beva acqua frizzante (si sa, gonfia), non mangi carboidrati e grassi (ah, la dieta!) o non ti interessi viaggiare (che noia, andiamo a fare shopping per il Galà!).

Ciaobelli: i VIPs veri siamo noi.

Come a tredici anni: solo un po’ più “io”.

Ci sono momenti in cui ci un po’ per forza e un po’ per caso ci ritroviamo a prende consapevolezza di ciò che (ci) sta succedendo. Ed è strano, perchè quelle stesse sensazioni si provano anche in altri momenti, dove invece sembra accadere esattamente l’opposto.

Così, quasi senza un’apparente ragione, i dubbi e le paure svaniscono lasciando dietro di sé un enorme spazio vuoto, pronto ad accogliere ogni pensiero ed immaginazione; si, è proprio così, bastano poche parole, certe volte proprio speciali, per rendere un attimo talmente genuino e radioso da cambiare l’intera giornata.

E cosa le sarà mai successo?” Domanda lecita. Lecitissima. La risposta d’altro canto stenta ad arrivare perfino a me; i pensieri danzano limpidi uno sopra l’altro senza riuscire a scorrere in un unico flusso armonico anche solo lontanamente comprensibile: cosa mi sta succedendo?!

Mi sento lo stomaco un po’ chiuso. No, anzi, non chiuso: invaso. Sempre e senza motivo, come se avessi un alberello che dopo aver messo radici sul fondo della pancia, risalisse con le sue foglioline ogni giorno sempre un po’ di più, fino in gola, solleticando le corde vocali e togliendomi poco a poco il respiro.

Mi sento come se avessi tredici anni. A tredici anni ero la classica bambina sfigata: piena di brufoli portavo l’apparecchio fisso, quello dove si incastrano tutti i residui di cibo, e vestivo solo in pantaloni della tuta e maglietta (naturalmente mai nulla di marca); come se non fosse bastato, il tutto era amplificato a dismisura dal fatto che non mi potessi facilmente nascondere: più alta della media, ma soprattutto più grossa di tutti gli altri ragazzini, svettavo in ogni occasione nella mia più timida oscenità. E sapete, essere così fisicamente ripudianti a tredici anni non é mica bello.

Nonostante le apparenze, comunque, anche io come ogni tredicenne che si rispetti ero perennemente innamorata: ricordo ancora che avevo un diario di Michael Jordan dove segnavo i nomi di tutti quelli che mi piacevano, e quando cambiavo idea o mi facevano capire che proprio non ci sarebbe stato seguito, li depennavo pensando “un giorno si accorgeranno dell’occasione che hanno sprecato! Sarò così meravigliosa e avrò a fianco a me un ragazzo così bello, che se sentiranno uno schifo”.

Beh sapete una cosa? Forse proprio in questo momento un ragazzo bello-come-dico-io, da far venire i complessi di inferiorità a tutti quei marmocchi, sta pensando proprio me.

A me che sono rimasta cicciottella, che lotto quotidianamente contro i brufoli e continuo a mettere i pantaloni della tuta. A me che ho (quasi) imparato a valorizzare quello che ho dentro, piuttosto che accanirmi su quello che non é mia natura essere. A me che non ho smesso neanche per un secondo di credere che certo, si può sempre migliorare, ma quando una persona arriva a piacerti nonostante le oggettive pecche e mancanze, allora forse vuol dire che si, ti “piace” proprio davvero.

Bambina (?)

Stancamorta eppure ancora in piedi. Ancora piena di brividi davanti ad una tazza di latte e miele fumante, con il naso freddo di vento e i piedi avvolti in grosse calze di spugna, non riesco a smettere di pensare vorticosamente a ciò che è accaduto negli ultimi giorni.

E’ come se la stanchezza non riuscisse a convincermi a cadere nel torpore, ad abbandonarmi tra i cuscini e le coperte. Le palpebre cedono sotto il peso di ore e ore di sonno perduto, lezioni, studio e concentrazione, contrastate come per magia da una forza che mi spinge a rimanere sveglia: sbadiglio, penso e ripenso a quelle parole inaspettate tanto quanto genuine come se si trattasse di una canzone troppo bella per essere ascoltata una volta sola. Ecco, è come se non volessi che questa giornata finisse, come se il sonno potesse in qualche modo portare via piano piano i dettagli più nascosti, i più intimi. Si, proprio quelli lì, i più belli in assoluto.

E’ strano. E’ proprio vero che nel momento in cui non ti aspetti nulla siano le circostanze stesse, la vita e coloro che al tuo fianco la riempiono, a sorprenderti e lasciarti senza fiato. Mi sto sempre più convincendo che il segreto per la felicità sia non aspettarsi nulla: non un nulla desolato, anzi, proprio il contrario, un nulla di infinito spazio che potenzialmente può diventare ogni cosa, un nulla che pur colmo di sensazioni ed esperienze lasci sempre aperte possibilità al caso. Che poi, il caso non esiste. Siamo noi a costruirci la nostra fortuna, e lo facciamo il più delle volte inconsciamente, giorno per giorno, gesto dopo gesto e decisione dopo decisione: è con le piccole cose quotidiane che determiniamo il nostro stesso futuro, che decidiamo quando e quanto essere sinceri con noi e con chi ci circonda, con chi ci vuole bene. Allora, cos’altro ci resta che vivere fiduciosi azione dopo azione, affidandoci anche per i più piccoli dettagli alla nostra fortuna, a noi stessi?

Ecco cosa dovremmo tutti imparare ad essere: un po’ più bambini e allo stesso tempo un po’ più adulti: con l’atteggiamento di un bimbo che innocente prende il mondo così come gli  arriva, senza la pretesa di cambiarlo, ma con la matura consapevolezza del peso delle nostre azioni e delle conseguenze che anche il più piccolo gesto può avere.

La vera domanda rimane: come si fa ad essere bambini e adulti allo stesso tempo?

G. no more

E’ tanto che non scrivo.

D’altro canto devo riconoscere che questa frase sta diventando come una costante che ineluttabile ripeto ingenuamente, nero su bianco, ogni “X” post; dati questi presupposti, all’urlo di un convinto “basta scuse”, cercherò di farmene una ragione e arriverò subito al punto.
Nell’ultimo mese, nella mia vita, ho fatto molti cambiamenti. Non starò qui ad assillarvi su tutti i propositi annotati e depennati, o le conquiste e le sfighe ottenute e subite (ebbene si, per chi se lo stia chiedendo, lo ammetto: annoto ognuna di queste cose sul fatidico “Diario”, proprio come alle elementari). Come avrete letto dal titolo, forse la novità maggiore è che G. non fa più parte della mia vita. Dopo quattro anni di gioie e dolori, di risate, pianti, baci appassionati e silenzi, ho messo fine a questa meravigliosa storia d’amore. Si, il “punto e acapo” l’ho voluto proprio io. Le motivazioni sono state molteplici e profonde, certo sofferte ma in tutto e per tutto sincere; nel bene e nel male, però, una sola parola riesce incredibilmente a riassumerle tutte: “diversità“. Giungo a questa conclusione dopo un mese e forse più di “solitudine”, ma più ci penso più trovo questa parola azzeccata.

divèrso, dal latino DIVERSUS, che propriamente significa volto altrove, allontanato. Composto dalla particella “DI(S)”, che indica allontanamento, e “VERTERE“, volgere, fig. mutare, trasformare (v. Vertere, cfr. Divertire). Che nella sostanza o nella natura è altro dalla cosa con che si paragona o si discute.

Il dizionario etimologico parla fin troppo chiaro. Tutte quelle differenze e divergenze che hanno sempre alimentato la fiamma del nostro rapporto sono d’un tratto diventate pesanti, insostenibili, quasi come avessero il potere di “trascinarci” verso il basso, verso una condizione di infelicità che non ha mai fatto parte della nostra relazione. Scrivo e sorrido. Non so neanhce io come mai. Forse per consapevolezza di aver preso la scelta più giusta, forse per la semplice accettazione del fatto che la mia vita è cambiata, forse addirittura per la gioia di aver a mia disposizione un’intera vita, un mondo di persone da vedere, incontrare, conoscere, imparare a stimare e apprezzare.

La vera ragione per cui sto ancora sorridendo, qui seduta su una scomodissima sedia del laboratorio linguistico della Bocconi dove invece di studiare inglese per un imminente esame batto lettera dopo lettera su questa tastiera dai tasti incredibilmente rumorosi, è che sono in pace con me stessa.

Sulla carta di qualche stupido cioccolatino scartato in un momento di sconforto la scorsa settimana (o giù di lì) ho letto una stupida frase che non potrebbe essere più azzeccata: “l’amore è eterno finchè dura”. Mi sento proprio così, come se avessi alle spalle un’eternità di gioia e profondo amore, di sicurezze, soddisfazioni e sentimenti infiniti che riescono a reggermi quasi come costituissero un’impalatura, uno scheletro inscindibilmente della persona che ora mi trovo ad essere. Come su un trampolino, sono pronta a saltare verso un mondo, un universo in cui non smetto e non voglio smettere mai di avere fiducia.

Si, la fiducia è tutto. Credo fermamente, ora più che mai, che il “bello” sia sempre esistito e continui ad esistere, tanto naturale quanto celato, in noi come in (quasi) tutti gli altri. E sapete cosa vi dico? Il “bello”, sta proprio nel trovarlo.

Passato fruttaeverdura depurativo

Da lunedì DIETA.

“Oggi è lunedì, e per di più il primo ottobre” alias: non c’è scusa che tenga, qui si è a dieta (detto alla toschana).
Ebbene si, come da migliore tradizione, in questa giornata così significativa, ho radunato tutti i miei propositi e deciso di mettermi ai fornelli per preparare un pranzo sufficientemente light e abbastanza appagante da non farmi trasgredire già al primo giorno!

Passato fruttaeverdura depurativo

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Ingredienti:
Un finocchio (notoriamente depurativo, che favorisce la digestione)
Una cipolla (con tanta vitamina C, che aiuta anche il metabolismo)
Una mela (una mela al giorno toglie il medico di giorno, scontato)
Un cucchiaino di brodo granulare
Due cucchiai di formaggio grattugiato (calcolando anche il bis!)

Preparazione:
Pulire la cipolla, il finocchio e la mela (di cui io ho tenuto la buccia) e tagliate il tutto in pezzi grossolani. Mettete dunque nella pentola a pressione tutti i pezzetti insieme al dado, coprendoli a filo con acqua tiepida; chiudete la pentola e ponetela su un fuoco grande, in modo tale da farla “fischiare” in poco tempo. A questo punto abbassare il fuoco e lasciar cuocere per circa un quarto d’ora (tempo di lavare i piatti della sera prima, o di preparare tavola e mettere a posto i residui di frutta e verdura).
Una volta cotti, scolate sommariamente i vostri pezzettoni e mixerate violentemente il tutto, fino a che otterrete una crema soffice e senza residui (specialmente di finocchio: i suoi filamenti sono tanto piccini quanto infidi, li ho sempre odiati ammorte).
The end: impiattate, una spolveratina di parmigiano e… Voilà!

Saporito al punto giusto, sensi-di-colpa and fat free e soprattutto leggerissimo! Un pranzo, o una cena, da sole 208 kcal, veloce e appagante… In queste fresche giornate autunnali più che mai!

(fashion) Cheesecake alle fragole

È appena passata la settimana della moda, qui a Milano, e presa da eventi, lezioni, branch e corse disperate per colmare ritardi epocali, non sono riuscita a caricare una ricetta che ho fatto esattamente una settimana fa! In realtà, in effetti, ce l’avrei anche fatta, ma dopo aver scritto un post lunghissimo, sabato sera (ah, la mia vita mondana: che vita!) mi si è cancellato totalmente. Di punto in bianco. Non era mai successo, e per dirla tutta ci sono rimasta malissimo.

Ecco a voi dunque, con immenso ritardo, la mia fashion cheesecake alle fragole! Ovvero, non tanto una torta da fashionisti ma molto più un dessert low fat per studentesse che si sono trovate (alcune volenti e altre nolenti) sbalzate nel Magico Mondo della “settimana della Moda”, dove ogni fottuto bipede in circolazione è snello e ricco, nonché indiscutibilmente fashion.

(fashion) Cheesecake alle fragole

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Ingredienti
Per la base di biscotto:

120 grammi margarina
300 grammi biscotti digestive
Per la crema:
300 grammi Philadelphia light
100 grammi di yogurt Total 0%
Mezzo bicchiere di latte
3 cucchiai di zucchero (o saccarosio)
90 grammi di colla di pesce
Per la copertura:
180 grammi marmellata di fragole senza zucchero
200 grammi di fragole fresche
Un cucchiaio di zucchero
60 grammi di colla di pesce

Preparazione:
Sminuzzate i biscotti con il mixer (o, in alternativa, se avete sufficiente rabbia repressa fatelo con le mani: è rilassante); aggiungete quindi alle briciole di biscotti la margarina a temperatura ambiente, e impastate il tutto energicamente finché non risulterà omogeneo. Ritagliate allora la carta forno a misura di tortiera: per farlo, disegnate sulla carta forno un cerchio utilizzando una matita e la tortiera stessa come forma (molto alla Barbara di “paint your life”); procedere quindi anche con una striscia per il bordo, circa dell’altezza di tre dita. Spalmate allora in modo omogeneo l’impasto prima sulla carta forno della base e poi sulla striscia di diametro, e adagiate entrambe nella tortiera modellando con le dita le giunture per creare uno strato omogeneo di impasto su tutta la superficie. Mettete dunque la base in freezer per un quarto d’ora, e iniziate a preparare la crema.

In un’ampia ciotola amalgamate Philadelphia, yogurt e zucchero (o saccarosio) emulsionando bene il tutto con una frusta elettrica, in modo da rendere la crema spumosa e farle inglobare più aria possibile. Mettete quindi la colla di pesce ad ammorbidire in un bicchiere d’acqua per almeno cinque minuti, e scaldate intanto il mezzo bicchiere di latte (facendo molta molta attenzione a non farlo bollire). Una volta strizzata la colla, scioglietela nel latte caldo, e versate anche gli ultimi ingredienti nella crema mescolando energicamente per un’ultima volta.
Versate quindi pian pianino, aiutandovi con un cucchiaio, l’impasto nella base (che si sarà nel frattempo solidificata) e riponete il tutto in frigorifero.

Dedicarsi quindi (finalmente) alla copertura! Quest’ultimo passaggio va terminato almeno un’ora dopo che si è messa in frigorifero la torta: la crema infatti, per sostenere il peso della copertura, dovrà già essere un po’ solidificata. In un pentolino mettere le fragole tagliate a metà e lo zucchero, e lasciar cuocere la frutta per circa dieci minuti; aggiungete quindi anche la marmellata e continuate la cottura per un altro quarto d’ora, aggiungendo alla fine, a fuoco spento, anche la colla di pesce che avrete in precedenza ammollato nell’acqua e strizzato per bene.
Aiutandovi sempre con un cucchiaio adagiate quindi la marmellata di copertura sulla torta e spalmatela su tutta la superficie facendo attenzione a non fare troppa pressione; rimettete il tutto in frigo, e aspettate pazientemente per almeno tre ore!

E voilà, dopo la lunga attesa il vostro capolavoro sarà pronto per essere assaporato in tutta la sua ipocalorica dolcezza!

Perché diciamolo: in un mondo di capelli piastrati, canotte fluo, pantaloni ascellari e tacchi vertiginosi, senza un po’ di sano comfort (low fat) food, resistere sarebbe impossibile.

C’è modo e modo

C’è modo e modo di sottolineare un libro. Vi è capitato, almeno una volta, di comprare un libro usato? Quest’anno, in seguito alla politica di risparmio e capitalizzazione che vige ferrea in casa mia da qualche mese, ho deciso di compare per l’università tutti libri di seconda mano: dopo interminabili code ai vari Libraccio dispersi nella città sono quindi riuscita a raccogliere il mio bottino, una volta a casa ho iniziato a sfogliare i preziosi manuali e… Cosa vedo? Uno specialmente, Statistica, è sottolineato in ben cinque evidenziatori diversi (ebbene si, esistono evidenziatori di ogni terribile colore possibile e immaginabile), pitturato nei particolari in puro stile impressionista: i colori si sovrappongono e si sommano sulle parole più importanti in suggestive macchie di grigi e marroni non meglio definiti, impregnando la carta e trapassando il colore sulla facciata successiva. Un colpo: io odio chi sottolinea male. Come si fa a studiare su un libro che sembra la brutta versione del quaderno di “Creatività” di un bambino di prima elementare? Non dico ci sia un solo modo di evidenziare, ma se ti comporti così allora vuoi proprio precludere ogni possibilità di studio a te e ai tuoi posteri tutti. Non vi è altra spiegazione.

C’è modo e modo di indossare una maglia, per esempio. Avete notato che specialmente quest’autunno vanno terribilmente di moda quelle camicette miste seta quasi trasparenti? Ecco, loro appartengono a quella classica tipologia di abbigliamento per cui o stai veramente da dio, o rischi di diventare tanto fuori luogo da sfociare nel ridicolo. Nelle pubblicità, indossate da queste creature meravigliose e meravigliosamente magre che chiamano modelle, come dipinte ad acquerello su quei corpi che sinuosi ci danzano dentro, sembrano proprio dare “quel tocco in più” che rende una bella ragazza una bellissima ragazza. Se però nel tragitto rivista-negozio, negozio-casa, casa-armadio, armadio-”non-sinuosissimo-e-scheletrico-corpo” qualcosa va storto, quei dannati acquerelli possono diventare un vero oggetto del demonio. Questo tende ad accadere specialmente se alla tua blusetta nuova vedo-non-vedo abbini quel reggiseno fluo tanto assolutamente-di-tendenza quanto assolutamente-vistoso che hai comprato nella stessa seduta di shopping. Aggiungi qualche chiletto di troppo e l’effetto che ottieni passeggiando per i corridoi dell’università è che i più gentili facciano finta di non vederti, mentre gli altri giudicano più o meno in silenzio. Obiettivo raggiunto? Non dico che non bisogna essere sé stessi, per carità, ma non c’era un “modo” diverso di indossare quegli abiti?

C’è perfino modo e modo di mangiare una coscia di pollo. Mai successo di stare a tavola con persone con cui non avete molta confidenza? È sempre un po’ strano, per me, perché non so mai cosa aspettarmi: sono stata educata a mangiare in un certo modo e il fatto che i commensali possano emettere muggiti e gargarismi, creare aloni di cibo dalle metrature ragguardevoli su di sé e sulla tovaglia circostante, piuttosto che toccare languidamente, con le mani sporche, tutto il cibo che li circonda, fa veramente ma veramente schifo. Capitato mai, per esempio, di mangiare il pollo con individui che appartengono a questa tanto insospettabile quanto vasta categoria? A me si, quest’estate, ed è stata una vera tortura: ho ancora negli occhi lo spettacolo osceno di questa persona che abbarbicata alla coscia di pollo come se si trattasse di un animale ancora vivo, la azzannava facendo colare brandelli di pelle e al contempo risucchiando rumorosamente saliva e condimento. Forse è stato proprio il “risucchio” la goccia che ha fatto traboccare il vaso: “forchetta e coltello no, eh?!” sono sbottata. E indovinate, il soggetto (ah, brutto soggetto), asciugandosi il mento sudicio con il polso, cosa ha risposto, naturalmente a bocca piena?
La regina Margherita mangia il pollo con le dita!
Ecco, in questi casi le cose da fare sono tre:
1 non cacciare via l’ospite (non è signorile)
2 non rovesciare sull’ospite le portate presenti in tavola, accompagnando il gesto con un calcolatissimo “allora stacci nella tua sporcizia, maiale” (ancora meno signorile)
3 rispondere a tono (e nel modo più snob che vi riesce): “io però non vo’ di fretta e uso sempre la forchetta“.

C’è modo e modo di fare veramente qualsiasi cosa. L’importante è esserne consapevoli.

Undici settembre. Solo?

Tentenno davanti alla tastiera.

Scrivo o non scrivo? In testa mille idee frullano vorticose, come se stessi pensando a tutto e a niente allo stesso tempo. E’ deciso: scrivo.

Oggi è l’undici settembre. Undici anni dopo, questa data torna carica di significati e interrogativi, come se il tempo non fosse passato. Undici anni, invece, sono tanti: quante cose sono successe, quanto siamo tutti cresciuti, cambiati, forse maturati, quante cose sono successe? Me lo ricordo ancora benissimo, quel giorno: ero a casa con mamma e papà, c’era un bel sole che filtrava dalle tapparelle ed ero contenta perchè non andavo a scuola. Ad un tratto squillò il telefono, e corsi a rispondere felice; era un’amica di mamma, in lacrime: “accendete la radio, la televisione, subito”. Spaventata lasciai cadere la cornetta del telefono che restò penzoloni, a sbattere contro il mobiletto, e mi arrampicai senza dire niente sulla libreria dove c’era la radio; non appena iniziò a gracchiare le prime notizie, mamma e papà arrivarono vicino a me e ci sedemmo ad ascoltare, attoniti, immobili.

Il primo aereo si era schiantato. La voce che parlava dallo studio radiofonico suonava limpida e spaventata, nel silenzio più totale. Poi, arrivarono le prime registrazioni: urla, grida, rumori indecifrabili riempirono la stanza immersa nella penombra della calda giornata di dine estate, quasi come si trattasse dell’audio di un film. La verità è che al momento non mi resi minimamente conto di ciò che stava accadendo: c’era un raggio di sole, che filtrava dalle imposte e illuminava il divano; come una lama sottile sembrava scorrere proprio di fianco a me, disegnando il profilo del divano e illuminando ogni singolo granello di polvere nell’aria sovrastante. Lo fissavo e ascoltavo, ma era come se non sentissi nulla.

Il secondo aereo si era schiantato. Mi ricordo che non avevo il coraggio di alzare lo sguardo per guardare mamma e papà. Sentivo che stavano piangendo, per lo meno mamma, e mi abbracciavano forte, troppo forte. La voce alla radio era cambiata, ora parlava un uomo che faceva ascoltare frenetico stralci di programmi di altre radio e televisioni, parlavano quasi tutti in inglese e io non capivo nulla. Poi urla, ancora urla. E io non capivo.

“Mamma, perchè non vediamo alla televisione?”
Ci volle un po’ prima che papà si alzasse dal divano, prendesse in mano il telecomando e facesse partire le immagini: rai tre stava trasmettendo il crollo. Gli aerei quasi invisibili, poi l’impatto, le fiamme, e subito dopo il collasso. Devo dire la verità? Non mi avevano impressionato particolarmente, quelle immagini; sembravano così finte, mi ricordavano tanto un documentario del 1982 che papà mi faceva vedere nei pomeriggi più caldi e che mi piaceva da morire: Koyaanisquatsi (se non l’avete mai visto, tra l’altro, ve lo consiglio caldamente). La tragicità di quel collegamento inconscio, allora naturale e innocente, mi fa rabbrividire ancor oggi.

In quell’unica giornata sono morte circa tremila persone. Un numero impressionante di vite umane, quante se ne contano nella popolazione di un quartiere. Su una cosa, però, sto riflettendo da tutta mattina: quanti altri morti vi sono stati, in seguito a quell’attentato? In Afghanistan, dove gli Stati Uniti hanno focalizzato i loro sforzi bellici in seguito a quella giornata, Peace Reporter ha contato più di 71 mila morti, per esempio.

Chi si ricorda di loro, oggi?

Cos’hanno loro in meno di quegli impiegati, funzionari e vigili del fuoco le cui vite si sono spezzate insieme alle Gemelle? Non voglio farne una mera
questione di numeri e cifre ma voglio allo stesso tempo cercare di non essere ipocrita con me stessa: chi sono in questa storia i buoni? E chi i cattivi? Chi ha iniziato prima? E sarebbe comunque tutta sua, la colpa? Cosa sarebbe potuto succedere se l’uno o l’altro si fosse comportato diversamente?

Forse è solo l’eterno gioco dove vittima e carnefice si inseguono a vicenda, scambiandosi inconsciamente di ruolo ad ogni mossa.

Di una cosa però sono sicura: “chi” è “chi“, alla fine, lo decidono sempre i vincitori, e la verità dei vinti raramente viene ascoltata.

Domani è sempre troppo presto.

Domani, esame.

Sono almeno due mesi che aspetto questo momento, e ora vorrei avere almeno un’altra settimana a disposizione per “mettere in fila le cose”, apprendere e metabolizzare ogni cosa.

L’unico pensiero che mi ronza in mente è: “non so niente“. Il che, obiettivamente, è veramente un’idiozia: come ho fatto a studiare tanto, per settimane, senza sapere poi niente? Dovrei essere io, un’idiota… Ma meglio non approfondire quest’ultima affermazione, per lo meno non proprio ora: l’ultima volta che ci ho pensato sono scoppiata in un pianto isterico e ci sono volute tre telefonate da una mezz’ora l’una per farmi calmare.

Non so cosa succederà domani. So solo che devo armarmi di tutto il coraggio che mi scorre nelle vene e di tutta la pazienza accumulata giorno dopo giorno nelle lunghe giornate di Agosto, per affrontare  a testa alta, spudoratamente, le difficoltà che tenteranno di travolgermi.

Devo credere in me stessa.

E porco cane, non è una frase da cioccolatino, è proprio così! Credere in me stessa è forse una delle cose che mi riesce peggio in assoluto: me lo diceva sempre, papà: “devi mandare a cuccia, proprio come fosse un cane, la tua parte insicura e irrazionale. Devi dimostrarle tutta la sua infinita stupidità; farla assottigliare, fino a scomparire, a forza di prove e controprove delle tue splendide capacità.”

Come mi manca, il mio papà.

In fondo, domani, è solo un esame.