Lunedì

Sapete, io con il Lunedì ho un rapporto strano. Di Lunedì, per qualche motivo, ho sempre più cose da fare,  più pensieri, meno tempo e più impegni. Più fame, più sonno e meno capacità di formulare frasi di senso compiuto (cosa di cui probabilmente vi sarete già accorti).

Il problema è che di Lunedì, per qualche stupida convenzione, si iniziano le cose. Con l’avvio della settimana prendono forma progetti e si definiscono scadenze, si cominciano diete e si conoscono nuove persone. In realtà non so se sia colpa proprio del Lunedì, ma di certo sono consapevole di riuscire sempre a iniziare le mie imprese con il piede sbagliato. Avete presente quando dovete fare una cosa importante e la notte prima vi immaginate come sarà? Si pensa a cosa dire, a come tenere le mani, a come saranno le facce degli interlocutori e ci si immagina brillanti nonostante l’imbarazzo. Bene, che ci crediate o no le mie aspettative riescono ad essere disattese, una ad una, sistematicamente.

Veniamo però all’oggi, al concreto, all’hic et nunc che riesce a chiarire anche i concetti più nebulosi: oggi ho iniziato il mio primo, vero lavoro. Ok, non è proprio proprio un lavoro, è uno stage che faccio in Comune e che l’Università mi riconoscerà come curriculare, “abbonandomi” un esame. Fatto sta che stamattina tutta emozionata mi sono preparata e dopo un salto in Bocconi a firmare gli ultimi documenti ho preso la bici e mi sono diretta in ufficio. La strada era ben chiara nella mia mente: prima circonvallazione interna, poi svolta a destra su Corso Italia e sempre dritto fino in Duomo. Qui slalom tra turisti disorientati e taxisti incazzati, poi Via Mercanti fino ad arrivare in Cordusio, seconda a destra, terza a sinistra e arrivo. Sembrava così facile.

E invece no. Pedalo veloce facendo attenzione alle macchine che mi sfrecciano accanto, mi accodo al tram che sembra non avere fretta  e incredibilmente, dietro di lui, prendo tutti i semafori rossi. Finisce corso Italia e allo scattare del verde il 15 lentamente svolta: la strada è libera davanti a me, finalmente. Forse riesco a non arrivare in ritardo, il sole è quasi caldo e forse, almeno oggi, le cose non sono destinate ad andare nel peggiore dei modi. D’un tratto il semaforo diventa giallo e in me scatta lo spirito da Tour de France: taglio la linea sbiadita dello stop e attraverso l’incrocio veloce. Il pavet è sconnesso sotto le ruote sottili della vecchia bici da corsa e mi fa rimbalzare sulla sella. Evito le buche, una pedalata dietro l’altra acquisto velocità e imbocco Via Mazzini. Poi una mattonella fuori posto e la bici si sbilancia sulla sinistra; per mantenere l’equilibrio mi butto sulla destra ma perdo il controllo. In un attimo sento il manubrio sfuggirmi di mano e le ruote scivolare sulle fredde e lucide rotaie del tram. Il pensiero nella mia mente è uno: cazzo.

L’attimo dopo mi ritrovo per terra, in mezzo alla strada, con il ginocchio destro sanguinante e una decina di giapponesi che spaventatissimi mi circondano squittendo cose assolutamente incomprensibili. Trascurerò i dettagli di come ho provato a rialzarmi e senza alcuna grazia e di come sono ricaduta su me stessa, così come lascerò alla vostra immaginazione i tentativi di rimettere la catena sul cambio e di raddrizzare il manubrio tutto stortignaccolo. Vi basti sapere che le mie tappe successive, nell’ordine, sono state la farmacia di Piazza del Duomo, Calzedonia, e Arnold’s.

Morale? In ufficio sono arrivata con quasi un’ora di ritardo, sono stata tutto il giorno con il ginocchio gonfio, dolorante, e per compensare l’infortunio mi sono rimpinzata di muffin e caffè con panna (ve l’avevo detto che questo lunedì avevo anche iniziato la dieta?).

Che dire? Vi saluto sperando che nella notte il ginocchio si sgonfi, e soprattutto che domani sia un migliore Martedì.

 

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