Con chi tutto e con chi (ahimè) niente.

Le serate di merda sono sempre accompagnate da mattinate di merda.

E’ una dura e triste verità, ineluttabile, perché non importa cosa sia successo, come o con chi, ma se la notte ti addormenti con quello strano fastidio alla bocca dello stomaco, stai certa che al mattino quel nodo sarà diventato una morsa industriale che non se ne andrà per tutta la giornata.

Metti ieri sera, per esempio: sarei dovuta andare a ballare ma “no, tra poco ho quella brutta bestia di diritto pubblico, facciamo una cosa tranquilla”: quindi birretta alle Colonne di San Lorenzo con E., la meraviglia con cui studio sempre, il suo ragazzo O., l’amico bello e tenebroso A., e colui che sarà (già me lo sento) l’amore della mia vita, R.. Si, avete letto bene, l’amore della mia vita: alto, esile, voce squillante e occhi furbi, gay fino al midollo, modi eleganti e mani gentili. Lui, è una meraviglia: sul suo balcone ora sta coltivando un orto urbano che gli da “moltissime soddisfazioni”, studia all’Accademia delle Belle Arti di Brera e da pochi esami, pochi ma buoni, tutti trenta e lode. Mi piace perché è plateale e intimo allo stesso tempo. Mi piace per quello strano motivo per cui gli racconterei ogni singolo dettaglio della mia vita ma nello stesso istante vorrei ascoltare ogni cosa di lui, senza mai interromperlo. D’altronde siamo Gemelli tutti e due, e si vede. Ecco, se da una parte con R. avrei parlato le ore, ovunque e comunque, dall’altra ieri sera ho anche assaggiato il più brutto dei silenzi.

Facciamo coming out e diciamolo una volta per tutte: le conversazioni si fanno in due. Non che entrambi debbano sciorinare teorie contemporaneamente, ma ci sono tanti modi per tenere vivo l’interesse reciproco: il contatto visivo, un mugugnìo di quelli che “ah, si, davvero?” “mh, giusto!”, un gesto, una parola, una risata, si può essere felici anche solo di un sorriso, se di quelli belli. Ecco, questo è quello che non è accaduto con A. .

A. è intelligente e ha ottimi risultati accademici. A. corre tutte le mattine, è altissimo, impostato e ha due spalle così, che si porta in giro con disinvoltura. A. ha sempre quel fare un po’ sospettoso e un po’ scanzonato per cui quelle poche volte che apre bocca, l’unica cosa che riesci a chiederti è se ti stia prendendo per il culo, gli interessi davvero la tua risposta, o semplicemente lo stia facendo per una sorta di dovere sociale di interazione con gli altri esseri umani. Fatto sta che A. mi incuriosisce tanto, come mi è successo con poche altre persone, e (a questo punto purtroppo) credo che ieri sera l’abbia anche capito: sono fatta così, se una persona mi interessa o mi sta veramente sui coglioni, finisce sempre che se ne accorgono tutti. La cosa veramente brutta di ieri sera, tuttavia, è che mi sono sentita dannatamente fuori luogo. Non che abbia fatto qualcosa di particolare, o per un motivo nello specifico… E’ stata una sensazione che man mano che le aspettative venivano disattese e gli argomenti liquidati in breve, ha preso piede fino a diventare quasi totalizzante. SI, veramente l’ultima cosa che avrei voluto.

Ed è così che stamattina, a pochi minuti dal risveglio, mi sento ancora un po’ a disagio. Ok, molto a disagio. Ora vado a correre, do il tutto e per tutto, mi sfogo, mi stanco, e cerco di rimettermi a studiare con la mente vuota. Da questa serata però ho capito una grande verità che d’ora in poi metterò in pratica:

se non hai niente da dire, taci e scappa, prima che lo facciano gli altri.

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