Caffè

In periodo di esami si imparano sempre tante cose.

Mettiamo i rapporti sociali per esempio: in periodi così stressanti riesci a focalizzare incredibilmente bene con chi ti trovi meglio e chi proprio non sopporti, con chi vorresti passare le intere giornate e di chi invece evitare anche solo il contatto visivo, chi chiamare, a chi mandare miliardi di what’sup perché “si non ci possiamo vedere ma ti penso”, o fin solo chi sperare che ti chiami, da un momento all’altro, per una pausa caffè. Questi esami mi hanno illuminato specialmente proprio su questo ultimo argomento: la pausa, il non-studio.

Ovvero, nelle più interminabili giornate di luglio passate in biblioteca, come trascorrere al meglio quei pochi minuti necessari per la sopravvivenza tua e di chi ti circonda.

Neanche a dirlo apposta, la scusa per uscire dalla sala lettura è sempre la stessa: “caffè?”. Ed è proprio sentire quell’unica parola, bisbigliata a voce altissima nel più surreale silenzio, a costituire uno dei piaceri più intimi della giornata: nonostante le apparenze, non sono sola.

A tal proposito però ho sempre avuto un problema: non ho mai saputo di preciso “come” prendere il caffè. E potrebbe non sembrare così, ma l’indecisione a tal proposito può diventare un problema specialmente se ti trovi al bancone del bar con semi-sconosciuti che decisi ordinano “il solito”. E tu stai li, zitta, un po’ in imbarazzo, perché il tuo “solito” non sai neanche cosa sia. A pensarci bene sono sempre andata a periodi, a seconda di quello che preferivano gli altri: ho iniziato con G., che lo prendeva solo nero e ristretto, ma a me ha sempre fatto schifo. Poi c’è stato il periodo latte macchiato, da dimenticare anche solo per il fatto che nel bar della biblioteca costa tre volte un caffè normale. Dopo qualche tempo c’è stato V.: ristretto con un goccio di latte e due bustine di zucchero, dolce da morire (letteralmente). A casa invece c’è sempre stata mamma, che da quando posso ricordare lo prende lungo, lunghissimo, con acqua calda, latte freddo e zero zucchero: conciliante, tanto famigliare da risultare quasi soporifero.

In una delle tante pause, in questi giorni, mi sono messa a pensare “e io, come lo prendo il caffè?”: NON LO SO.

Che si possano capire dettagli delle persone da quello che mangiano o bevono, e da come lo fanno, credo sia una teoria tanto inflazionata quanto poco attendibile; detto questo, se volessimo per un attimo abbaodnarci a tutte quelle speculazioni sul nulla che in realtà ci piacciono da impazzire e fanno tanto fanno Novella 2000, IO, che tipo sarei?

Lungo o ristretto? Tazza piccola o grande? Doppio? Macchiato caldo o macchiato freddo? In ghiaccio alla salentina o shakerato? Corretto? Con panna, panna montata, cacao o cioccolato? O spolveratina di cannella? Caramello? Americano o marocchino?

Mi ero ripromessa di scrivere questo post quando avrei raggiunto una conclusione ma come al solito non ho seguito i buoni propositi. In compenso ho deciso di dare metodo alla mia ricerca: da domani, un caffè diverso al giorno.

Alla fine degli esami ci sarà il prescelto, ma per adesso vi lascio con quest chicca di Bozzetto, che in pochi secondi riesce a racchiudere (come sempre) il vero senso della vita.

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7 pensieri su “Caffè

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