La verità è che non sai se gli piaci

Vi ricordate quando alle prime armi con l’adolescenza vi piacevano i ragazzi più grandi ed eravate eccitate e spaventate? Si beh, vi posso assicurare che io lo ricordo bene, fin troppo, ma sembra che in quest’ultima decina (scarsa) di anni non abbia imparato proprio nulla.

In seconda media c’era M. che giocava a basket e mi piaceva moltissimo: capelli tanti, tantissimi, tutti ricci, occhi verdi come quelli di un gatto, nasino all’insù, più alto dei coetanei e con due spalle così, che la mattina quando suonava la campanella si riconosceva subito nella folla. Naturalmente lui stava con la più carina e smorfiosa della scuola, ma ogni tanto mi mandava dei messaggini ed io, che li fraintendevo regolarmente, ero la più felice del mondo. Si, la più felice finché non si è dimenticato di me ed ha iniziato ad ignorarmi. Non ricordo come mi è passata quella memorabile cotta, ma ho ancora nitida la confusione e l’insicurezza di quei giorni: gli scrivo o non gli scrivo? Lo saluto o non lo saluto? Magari gli lascio un bigliettino. O forse è meglio non scrivere nulla (o forse si?).

Pochi anni più tardi e con qualche sicurezza in più, una situazione analoga: squadra di vela, estate, mare. Lui, V., il più sfigato del gruppo: gli piaceva la letteratura e la poesia, suonava il pianoforte e sapeva a memoria tutti gli spartiti che in barca quando eravamo soli mi canticchiava dolcemente. Io, come al solito, illusa. Dopo due mesi di fantasie e ore passate ad ammirarlo, ricordo che la settimana prima di tornare a casa, una sera, preso il coraggio a due mani gli avevo scritto una lettera: ho ancora davanti agli occhi il foglio bianco che poco a poco si riempiva fitto di parole, di frasi pensate in ogni dettaglio perché ognuna fosse “bella e intrigante proprio come lui”. Sono tutt’ora sicura sarebbe stato l’epilogo perfetto per un’estate passata a sospirare… Se solo lui, per fare il figo con i nostri compagni di vela, non l’avesse mostrata a tutti facendomi passare per lo zimbello del gruppo e rendendo un inferno i pochi giorni di settembre che rimanevano prima dell’inizio della scuola. Il bastardo.

Poi la svolta: sempre più ragazzi intorno a me, mille amici, storie, rifiuti sussurrati, cercati e rimandati, giochi e corteggiamenti che volevo non finissero mai. Mi sentivo una regina. Poi G., ah G., e V., un grande amore dopo l’altro, sempre con il sorriso. Ma non è qui che voglio arrivare, potete facilmente ricostruire la storia degli ultimi anni sfogliando le mielose pagine del mio blog.

Eccomi fino a qualche giorno fa: sola e felice, serena, senza frivoli pensieri o ragazzi in testa, con il solo scopo di stare bene. Finché d’un tratto E., uno sconosciuto, mi ha presa di sprovvista e catapultata nel passato. Lui moro, barba folta, occhi vispi e braccia grandi, fotografo. Intrigante. Si chiacchiera e c’è intesa, quindi senza troppo pensarci gli chiedo di bere qualcosa. Ci accordiamo ma l'”appuntamento” (era hn appuntamento?) salta. Il silenzio. Il dubbio. ODDIO, MI PIACEVA? O no. Forse ha iniziato a piacermi proprio quando ha iniziato a non considerarmi? Ma poi, mi piaceva in base a cosa, in fondo non lo conosco proprio per niente, potrebbe essere chiunque.

Forse è solo impegnato. Forse queste ore che io vivo eterne, amplificate dallo studio costante e monotono, non valgono proprio niente. Forse devo solo aspettare. Si ma QUANTO bisogna aspettare? Un giorno, una settimana? In amor vince chi fugge, sto continuando a ripetermelo, ma ora un dubbio nuovo mi assilla:

se quando inizi a fuggire nessuno ti segue, come fai a sapere senza voltarti che non ne sarebbe comunque valsa la pena?

Forse a pensarci bene è solo una parentesi destinata ad aprirsi e chiuderai così, in un attimo, senza un vero perché.

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